L’ultimo Figlio degli Uomini: Capitolo I
Il peso della sconfitta
Inizierò subito il racconto, partendo dal momento in cui ha luogo l’incidente scatenate della storia che dà il via alla storia. Ciò che all’inizio può sembrare insignificante è come un sassolino che cade e provoca una grande frana. Pubblicherò due capitoli alla settimana con cadenza regolare. I capitoli diventeranno più lunghi man mano che la narrazione procede. L’ambientazione della colonia dei sopravvissuti si basa su un luogo reale, ma tengo segreta la posizione geografica per non contaminare troppo la storia con riferimenti europei.

Ho scelto con cura in quale castello medievale ambientare l’opera, perché ho tenuto conto di basi militari, centrali nucleari e vicinanza con altri luoghi geografici importanti per la trama. Ma lascio ai lettori il piacere di intuire in quale zona dell’Europa è ambiento L’ultimo figlio degli Uomini – La verità proibita
Il fango di Castello dell’Alto Re non sa di terra, ma di ruggine e olio. Il giovane sente il sapore metallico riempirgli la bocca mentre scivola per la terza volta ai piedi del muro di cemento. Sopra di lui, il filo spinato vibra per il vento freddo che soffia dal confine del cortile del Castello. Il ragazzo sente pulsare nelle proprie vene, ma che non riesce ad rialzarsi. È esausto!
«Ancora a terra, Serpieri? Forse stai cercando un tesoro sepolto invece di scalare quel muro?», lo canzona l’ispettore militare che fa da giudice all’ultima prova per poter diventare esploratore.
«Forza, Elian», grida Giada che ha già finito il percorso. La ragazza appare dispiaciuta per Elian. Tuttavia, solo a sentire la sua dolce voce, il ragazzo ritrova le forze. Elian affonda le dita nella terra gelida e spinge, riuscendo finalmente a scavalcare l’ostacolo proprio mentre l’amico Zech Murphy lo raggiunge, ansimando come un mantice rotto.
«Ce la facciamo… El… ce la… facciamo…» biascica Zech. Ha i capelli rossi incollati alla fronte dal sudore e la mimetica troppo larga che si impiglia ovunque. Inciampa su un tronco, ma Elian lo afferra per lo spallaccio dello zaino, trascinandolo verso l’ultima prova: la linea di tiro, dove Giada li attende.
I fucili d’assalto aspettano sui banconi, freddi e neri. Sono macchine di precisione, costruite in modo da sembrare identiche alle armi del mondo che andò distrutto. Elian ne impugna uno, ma il metallo tra le sue mani sembra pesare quanto il peso dell’umiliazione: non sta facendo una bella figura davanti a colei che da sempre ama: Giada. La sua volontà di essere promosso esploratore è, in realtà, legata al desiderio di seguire la ragazza che, segretamente, ama oltre i confini di quella della colonia costruita dentro i resti di un castello medievale.
Giada si posiziona sulla piazzola accanto alla sua. Si concentra, il respiro regolare, la canna del fucile che non accenna al minimo tremito. Esplode i colpi con una cadenza perfetta, un ritmo che somiglia a una composizione di musica barocca eseguita senza errori. Cinque spari, cinque centri perfetti.
Poi tocca a loro. Zech chiude gli occhi e spara, il rinculo lo sbatte all’indietro e i suoi colpi finiscono persi nel grigio del cielo. Elian, invece, fissa il mirino. Sente il battito del cuore accelerare, ma non riesce a trovare la sincronia tra il dito e il grilletto. Spara, ma il proiettile scheggia appena il bordo del bersaglio. È finita.
L’ispettore si avvicina, il rumore dei suoi stivali sul cemento è come una sentenza. «Murphy, sei un pericolo per te stesso. Serpieri, sei un’offesa alla balistica. Siete fuori. Inidonei. Consegnate le armi ai magazzini e sparite dalla mia vista».
Giada posa il suo fucile e si avvicina ai due, lo sguardo colmo di dispiacere e una punta di dolcezza. «Mi dispiace tanto, Elian. Davvero», dice a bassa voce, sfiorandogli il braccio con la mano guantata. «Zech, non abbattetevi. Forse il destino ha in serbo per voi qualcosa di meno violento. Non tutti sono nati per combattere e rischiare la vita nelle Lande desolate».
«Parole sagge, Giada». La voce appartiene a Julien Martel. Si fa avanti con la grazia di un predatore nobile, la divisa quasi pulita nonostante la fatica della prova che anche lui ha affrontato poche decine di minuti fa. Si ferma accanto a Giada e le rivolge un inchino del capo, un gesto di ammirazione che non nasconde una punta di possesso. «Congratulazioni, Giada. La tua tecnica è impeccabile, come sempre. Sei l’orgoglio della nostra generazione».
Poi, Julien sposta lo sguardo su Elian. Non c’è odio nei suoi occhi, solo la gelida certezza di chi sa di aver vinto su ogni fronte. «Non guardarlo così, Giada. Elian e Zech troveranno la loro strada, all’interno dei confini della colonia.»
Julien offre il braccio a Giada per scortarla fuori dal campo, mentre l’ispettore urla gli ultimi ordini. Elian e Zech restano soli nel fango, circondati dal disprezzo di chi sa combattere e dal silenzio di un mondo che, per loro, ha appena chiuso le porte del Castello.
Zech prova a sdrammatizzare: «Suvvia, Elian… poteva andarci peggio: potevano promuoverci davvero a esploratori!», ma l’amico non risponde. Zech non aggiunge altro, conosce bene i sentimenti di Elian per Giada. Lei viaggerà per il mondo, mentre loro due resteranno per sempre confinati nel Castello dell’Alto Re.
Poco dopo un esploratore adulto li raggiunge: Elian e Zech sono stati convocati nell’ufficio del Generale Valerius!
La versione originale dell’opera in inglese è su Royal Road: The Last Son of Men – The Forbidden Truth.
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Affascinato dalle storie di Arda, ho cercato di capire perché Tolkien sostenesse che a essere immaginario è solo il tempo in cui sono ambientati i suoi racconti. Ho così iniziato un cammino che mi ha portato ad amare quel senso profondo della realtà che si può sintetizzare con il Viaggio dell’Eroe, di cui la Storia delle storie è per me la massima espressione. Dunque, mi occupo di sceneggiatura, spiritualità e narrativa!